venerdì 16 gennaio 2026

La cultura underground e il suo impatto sulla nostra vita

 Quando pensiamo alla cultura, spesso immaginiamo libri classici, musei, grandi filosofi o scrittori studiati a scuola. Tuttavia una parte importante della cultura che ha formato il nostro modo di vivere, di vestirci, di parlare e perfino di pensare non nasce nelle università o nelle accademie, ma ai margini della società. È quella che viene chiamata cultura underground.

Con il termine underground si indica una cultura sotterranea, alternativa, che nasce in opposizione ai valori dominanti. Non è “bassa” nel senso di rozza o povera, ma minoritaria e ribelle. Spesso viene rifiutata o guardata con sospetto dalla società ufficiale, perché mette in discussione le sue regole.

Negli Stati Uniti degli anni Cinquanta e Sessanta, per esempio, la Beat Generation — con autori come Allen Ginsberg e Jack Kerouac — rifiutava il conformismo, il successo economico come unico valore e la vita borghese tradizionale. I beat parlavano di libertà individuale, di viaggio, di spiritualità, di sessualità, di rifiuto delle convenzioni. All’epoca erano considerati scandalosi; oggi sono letti nelle scuole e nei manuali di letteratura.

Da questa esperienza nacque, negli anni Sessanta, il movimento hippy, che trasformò idee letterarie e filosofiche in stili di vita concreti: comunità alternative, rifiuto della guerra, critica al consumismo, uso di droghe come ricerca di espansione della coscienza, nuova concezione dell’amore e del corpo. Anche la musica rock divenne uno strumento fondamentale di diffusione di questi valori.

Qui è importante distinguere:
la cultura underground nasce come opposizione;
la cultura pop è quella che, col tempo, assorbe e diffonde alcuni elementi dell’underground rendendoli accessibili a un pubblico di massa;
la cultura “bassa”, invece, è un’espressione spesso usata in modo polemico o snob per indicare prodotti culturali ritenuti semplici o commerciali, ma non sempre è una categoria utile o corretta.

Molte idee nate nell’underground — come l’importanza dell’autenticità, della libertà personale, della critica all’autorità — sono poi entrate nella cultura pop: nella musica, nel cinema, nella moda, nel linguaggio. Così ciò che era marginale è diventato parte della nostra identità quotidiana, spesso senza che ce ne rendiamo conto.

Studiare la cultura underground significa quindi capire che la cultura è un processo dinamico, fatto di conflitti, contaminazioni e trasformazioni. Autori come Mario Maffi e Fernanda Pivano hanno mostrato come queste correnti, inizialmente considerate “minori”, abbiano avuto un impatto profondo sulla società contemporanea. Più recentemente, studiosi come Claudio Giunta hanno riflettuto sul valore della cultura pop, invitando a superare la distinzione rigida tra cultura alta e bassa.

Per gli studenti di oggi, questo tema è particolarmente importante perché insegna a guardare criticamente ciò che consumiamo ogni giorno: musica, serie, social network, linguaggi. Capire da dove provengono questi modelli significa diventare più consapevoli, meno passivi, più liberi.

In conclusione, la cultura underground non è solo una pagina del passato, ma una forza che continua ad agire nel presente, ricordandoci che spesso le idee più vive nascono proprio ai margini.

Bibliografia


mercoledì 14 gennaio 2026

Vivere senza accorgersene: Heidegger e il rischio di perdersi

Capita a tutti, prima o poi, di vivere in automatico.

Ci si sveglia, si va a scuola, si scrolla il telefono, si fanno le stesse battute, si usano le stesse parole, si hanno le stesse opinioni degli altri. Si vive, ma senza pensarci davvero.

Il filosofo Martin Heidegger chiamava questa condizione oblio dell'essere. Il concetto sarà ripreso nei propri saggi sul romanzo da uno dei maggiori narratori del Novecento: Milan Kundera. Per Kundera la grande letteratura, il romanzo, costituisce un argine all'oblio dell'essere.

Oblio che non significa dimenticare il proprio nome o la propria storia. Significa qualcosa di più sottile e più grave: dimenticare di essere una persona unica, con una vita che è solo nostra e che nessuno può vivere al posto nostro.


La “chiacchiera”: quando parlano tutti, ma nessuno pensa

Secondo Heidegger, una delle cause principali dell’oblio dell'essere è la chiacchiera.

La chiacchiera non è semplicemente parlare tanto. È parlare senza assumersi la responsabilità di ciò che si dice.
È ripetere frasi fatte:

  • “Lo fanno tutti”

  • “Si è sempre fatto così”

  • “È normale”

  • “Funziona così la vita”

Nella chiacchiera nessuno decide davvero, nessuno rischia un pensiero personale. Le idee circolano, ma non appartengono a nessuno. Oggi potremmo dire che la chiacchiera vive benissimo sui social, nei commenti, nei trend, nei giudizi automatici.

Il problema non è comunicare. Il problema è smettere di pensare con la propria testa.


Vivere “come se”: una vita in prestito

Heidegger diceva che spesso viviamo “come si vive”, non come scegliamo di vivere.

Studiamo come se fosse l’unica strada.
Ci comportiamo come se dovessimo piacere a tutti.
Scegliamo come se non avessimo alternative.

È una vita al condizionale. Una vita in prestito, modellata sulle aspettative degli altri.
Così facendo, però, evitiamo la cosa più difficile: chiederci chi siamo davvero e cosa vogliamo.


La paura di essere se stessi

Per Heidegger, il motivo profondo di tutto questo è la paura.
Essere se stessi fa paura perché significa:

  • sbagliare

  • essere giudicati

  • restare soli

  • non avere risposte già pronte

È molto più comodo nascondersi nel “si dice”, nel “si pensa”, nel “si fa”.
Ma il prezzo da pagare è alto: una vita vissuta a metà.


Pensare non è isolarsi, è svegliarsi

Heidegger non invitava a scappare dal mondo o a disprezzare gli altri.
Invitava a svegliarsi.

Pensare non significa diventare strani o superiori.
Significa fermarsi ogni tanto e chiedersi:

  • Questa vita è mia?

  • Questo pensiero è davvero mio?

  • Sto scegliendo o sto solo seguendo?


Conclusione

L’oblio dell'essere non è una colpa morale. È una tentazione quotidiana.
Capita a tutti.

Ma la filosofia, dice Heidegger, serve proprio a questo:
interrompere la chiacchiera, smettere di vivere “come se”, e tornare a essere presenti nella propria vita.

Non per essere perfetti.
Ma per essere autentici.

Bibliografia

Heidegger, M. (2021). Essere e tempo. Mondadori: Milano

Esperienze intense, autenticità e rischio di inganno

 Lo psicologo Abraham Maslow parlava di peak experiences, cioè esperienze particolarmente intense in cui una persona si sente viva, presente, autentica. In quei momenti sembra che ciò che siamo e ciò che facciamo coincidano perfettamente. Il tempo passa senza che ce ne accorgiamo, non cerchiamo approvazione e sentiamo che la vita ha senso.

Queste esperienze possono avvenire in molti ambiti: nello studio, nella creazione artistica, nello sport, nella natura, nelle relazioni profonde. Spesso non sono spettacolari, ma lasciano un segno perché ci mostrano una versione di noi stessi più vera e più piena.

Secondo Maslow, le peak experiences aiutano a capire chi siamo e cosa vogliamo diventare. Non durano a lungo, ma indicano una direzione. Dopo averle vissute, è difficile tornare a vivere del tutto in automatico, come se nulla fosse successo.

Tuttavia, questa visione contiene anche una certa ingenuità. Non tutte le esperienze intense e gratificanti sono positive o formative. Alcune possono essere ingannevoli e persino distruttive. Esistono esperienze che producono euforia, piacere e senso di libertà, ma che col tempo creano dipendenza, confusione e vuoto.

La differenza non sta nell’intensità dell’emozione, ma negli effetti che l’esperienza ha sulla persona. Un’esperienza autentica rende più lucidi, più responsabili e più capaci di affrontare la vita. Un’esperienza distruttiva, invece, chiede di essere ripetuta sempre uguale, crea bisogno compulsivo e allontana dalla realtà e dagli altri.

Maslow tendeva a pensare che l’essere umano, quando è libero, cerchi spontaneamente la crescita e il bene. Ma l’esperienza mostra che l’uomo cerca anche la fuga, l’anestesia e l’illusione. Per questo non basta chiedersi “come mi sento”, ma bisogna chiedersi “che persona sto diventando”.

Riflettere sulle peak experiences è comunque molto importante, soprattutto per i giovani. Non per inseguire emozioni forti, ma per imparare a distinguere ciò che fa crescere da ciò che seduce e consuma. Crescere non significa cercare solo ciò che fa stare bene, ma imparare a riconoscere quelle esperienze che, anche se faticose, ci rendono più autentici e più liberi.

Bibliografia:

William James e il pragmatismo: pensare per vivere meglio

 William James è stato uno dei più importanti filosofi e psicologi americani tra Ottocento e Novecento. Era un pensatore inquieto, tormentato dal dubbio, dalla depressione e dal problema del senso della vita. A differenza di molti filosofi, non cercava verità astratte e definitive, ma idee che potessero aiutare a vivere.

Il suo pensiero principale è il pragmatismo. Secondo James, un’idea non è vera solo perché è logica o coerente, ma perché funziona nella vita concreta. Una convinzione è vera se produce effetti positivi, se rende la persona più capace di agire, di orientarsi, di affrontare l’esistenza.

Questo non significa che “tutto è relativo” o che “vale qualsiasi cosa”. Significa che le idee non sono oggetti da museo, ma strumenti. Come un attrezzo: se serve, se aiuta, se non fa danni, allora ha valore.

James rifiuta l’idea di una verità unica, rigida, valida per tutti in ogni momento. La realtà, dice, è plurale, mobile, incompleta. Anche l’essere umano lo è. Per questo dobbiamo giudicare le idee in base a ciò che fanno, non solo a ciò che dicono.

Un aspetto molto attuale del pensiero di James è la sua attenzione all’esperienza personale. Ognuno vive la realtà in modo diverso, e nessuno può sostituirsi completamente all’esperienza di un altro. Questo è particolarmente importante per i ragazzi, che spesso si sentono giudicati secondo modelli standard: voti, prestazioni, aspettative sociali.

Per James non esiste una sola forma di vita “giusta”. Esistono percorsi diversi, tentativi, errori, aggiustamenti continui. La vita non è un problema da risolvere una volta per tutte, ma un processo.

Un altro punto centrale del suo pensiero è il valore della scelta. James sostiene che, in molte situazioni decisive, non possiamo aspettare prove certe prima di decidere. Se aspettassimo sempre la sicurezza totale, resteremmo paralizzati. A volte dobbiamo scegliere, impegnarci, credere, anche senza garanzie.

Questo vale per lo studio, per le relazioni, per l’immagine di sé. Nessun ragazzo sa già “chi diventerà”. Ma vivere significa comunque provare, esporsi, assumersi il rischio di essere se stessi.

Il pragmatismo di William James è quindi molto attuale perché invita a una forma di pensiero flessibile, responsabile e concreta. Non chiede di aderire a ideologie rigide, ma di osservare gli effetti delle proprie scelte. Non promette felicità sicura, ma una maggiore attenzione a ciò che rende la vita vivibile.

In un’epoca in cui molti giovani oscillano tra il conformismo e il disorientamento, James offre un messaggio prezioso: non esiste una strada già scritta, ma esiste la possibilità di costruire senso passo dopo passo, verificando nella propria esperienza ciò che vale davvero.

martedì 13 gennaio 2026

La classe disagiata: quando la promessa di successo diventa illusione

Oggi molti giovani vivono una condizione paradossale: hanno studiato, si sono impegnati, hanno accumulato titoli e competenze, eppure si trovano davanti a un mercato del lavoro e a una società che non sembrano avere più spazio per loro. È proprio questo fenomeno che Raffaele Alberto Ventura analizza nel suo saggio Teoria della classe disagiata. Ma cosa significa essere parte della “classe disagiata”?

Secondo Ventura, la classe disagiata non coincide semplicemente con chi ha pochi soldi. È una classe culturale e sociale che ha creduto a una promessa: quella secondo cui impegno, studio e merito sarebbero bastati a garantirle riconoscimenti, prestigio e sicurezza economica. Questa promessa, però, si è rivelata fragile. I posti di lavoro stabili e ben remunerati sono pochi, il valore reale dei titoli di studio è diminuito, e la competizione è diventata feroce. Chi pensava di poter scalare facilmente la società scopre di dover lottare con strumenti che non bastano più.

Ventura descrive con precisione un fenomeno psicologico interessante: la disforia di classe. Non si tratta solo di sentirsi insoddisfatti o frustrati, ma di percepire uno scarto tra ciò che ci si aspetta dalla vita e ciò che la realtà offre. È la sensazione di sentirsi “più alti” culturalmente di quanto il mondo sia disposto a riconoscere, di aver accumulato titoli e competenze che non producono risultati concreti. Questo disagio può generare competizione interna tra pari, rincorsa a certificazioni e esperienze, e perfino ansia e malessere.

Ciò che rende la teoria di Ventura particolarmente interessante è il modo in cui spiega le cause di questa disforia. Non si tratta semplicemente di colpa dei giovani, né di una loro presunzione di privilegi. È il contesto sociale e culturale a creare aspettative illusorie: decenni di narrazioni sul merito e sul progresso individuale hanno fatto credere che chi studia e lavora duramente possa automaticamente raggiungere uno status elevato. Media, scuola e politici hanno contribuito a diffondere questa promessa, senza però poterla mantenere. Il risultato è che molti si sentono ingiustamente esclusi da ciò che consideravano un diritto.

Ventura, con il suo stile intelligente e ironico, smonta l’idea che basti un pezzo di carta per ottenere automaticamente prestigio o ricchezza. La scuola e la cultura restano valori importanti, ma non sono più strumenti garantiti per il successo sociale. L’istruzione diventa così un bene simbolico: serve a mostrare status e competenze, più che a garantire sicurezza economica o riconoscimenti certi.

Per rendere concreto questo concetto, si può fare un paragone con il romanzo La vita agra di Luciano Bianciardi. Anche lì i personaggi sognano una vita migliore e sentono l’ingiustizia della società, ma scoprono che il mondo reale richiede sacrifici che nessuna promessa sociale aveva garantito. Ventura prende spunto da queste esperienze per analizzare un fenomeno più ampio e contemporaneo: una generazione che, pur colta e motivata, si trova senza strumenti certi per affermarsi.

In conclusione, la Teoria della classe disagiata ci invita a riflettere su una contraddizione moderna: l’illusione di una meritocrazia perfetta e il mondo reale che non sempre la supporta. Comprendere questo fenomeno non significa criticare i giovani o accusarli di presunzione, ma riconoscere che il disagio che provano è spesso il risultato di promesse sociali irrealistiche. Ventura ci offre così una chiave per leggere con ironia, ma anche con lucidità, le difficoltà di chi oggi deve crescere e affermarsi in una società complessa e competitiva.

Bibliografia

Ventura R. A. (2017). Teoria della classe disagiata. Minimum Fax: Roma

La mediocrazia e il pericolo della presunzione del titolo

Viviamo in una società in cui il titolo di studio spesso viene considerato più importante della sostanza delle persone. Alain Deneault, nel suo libro La mediocrazia, denuncia proprio questo fenomeno: la classe dirigente moderna non è scelta per capacità reali o per competenze morali, ma spesso per diplomi, lauree e percorsi scolastici che conferiscono un senso di superiorità ingiustificato.

Secondo Deneault, il rischio è che la società premi chi sa seguire le regole dell’istituzione scolastica, ma non necessariamente chi sa pensare criticamente, agire con integrità o comprendere i problemi del mondo reale. Così, il “pezzo di carta” diventa uno strumento di legittimazione: chi lo possiede si sente automaticamente superiore e meritevole di governare, di prendere decisioni importanti, di guidare gli altri. Questo meccanismo crea la mediocrazia, cioè una società in cui il potere è concentrato nelle mani di persone mediocri, competenti solo nel rispettare procedure e norme, ma spesso incapaci di giudizio indipendente o di responsabilità etica.

Il libro ci invita quindi a riflettere sul valore reale della formazione: studiare serve a comprendere, a crescere e a sviluppare capacità personali e sociali, non a rivendicare un privilegio automatico. Deneault ci mette in guardia dalla presunzione di chi crede che il titolo di studio equivalga al diritto di essere ascoltato o obbedito. La vera leadership e la vera autorevolezza non derivano dai diplomi, ma dalla capacità di pensare, dalla saggezza e dal coraggio morale.

Per noi giovani, questo è un messaggio importante. Ci ricorda di non cadere nella tentazione di giudicare gli altri o sentirci superiori solo perché possediamo un certificato o un titolo. La società ha bisogno di persone responsabili, critiche e creative, non di funzionari ben diplomati ma vuoti di contenuto. La scuola dovrebbe essere uno strumento per crescere, non un biglietto per l’arroganza o per il dominio.

In conclusione, La mediocrazia di Deneault ci insegna a guardare oltre i titoli e a riconoscere che il valore di una persona non si misura con un pezzo di carta. Solo così possiamo costruire una società più giusta, in cui il merito vero – quello dell’impegno, della curiosità e della coscienza critica – conti più di ogni certificato.

Bibliografia

Deneault, A. (2017). La mediocrazia, Neri Pozza: Vicenza

lunedì 12 gennaio 2026

Pensare molto: ruminazione sterile o indagine profonda?

Pensare molto è spesso considerato un segno di intelligenza, sensibilità, profondità. Ma non sempre è così. Esistono due forme di pensiero intenso che dall’esterno possono sembrare simili, ma che dall’interno producono effetti opposti: da una parte l’indagine profonda, che apre comprensione e creatività; dall’altra la ruminazione, che consuma energia e logora la mente.

Capire la differenza è fondamentale, soprattutto in un’epoca in cui siamo continuamente stimolati, informati e sollecitati a riflettere su tutto.

L’indagine profonda nasce da una domanda autentica. Chi indaga davvero vuole capire: un problema personale, una questione filosofica, un fenomeno scientifico, una contraddizione del mondo. Questo tipo di pensiero è faticoso, sì, ma è una fatica feconda. Avanza, anche lentamente. Cambia forma. Si arricchisce di nuove ipotesi, di letture, di confronti. A volte si interrompe, sedimenta, riprende più tardi. Non gira sempre nello stesso punto.

Molte scoperte — grandi e piccole — nascono così. La creatività non è un lampo improvviso, ma spesso il risultato di una lunga preparazione mentale: tentativi, errori, intuizioni parziali. Anche sul piano personale, capire se stessi richiede tempo, ripensamenti, capacità di tollerare l’incertezza. Pensare molto, in questo caso, è un investimento.

La ruminazione, invece, ha un’altra struttura. Non parte da una domanda, ma da un blocco emotivo: paura, colpa, vergogna, rabbia. Il pensiero non esplora, ma gira in tondo. Ripete le stesse frasi interiori, gli stessi scenari, le stesse accuse. Non produce nuove informazioni, non modifica il punto di vista. Anzi, lo restringe.

Chi rumina ha l’illusione di stare riflettendo, ma in realtà sta consumando energia senza avanzare. È un pensiero che non apre possibilità, le chiude. Non prepara soluzioni, prepara stanchezza. Spesso riguarda il passato (“avrei dovuto…”) o un futuro immaginato in modo catastrofico (“e se andasse male?”). È un pensiero che non conosce pause e non accetta limiti.

La differenza fondamentale, dunque, non sta nella quantità di pensiero, ma nella sua direzione. L’indagine profonda tollera l’incompletezza e accetta di non arrivare subito a una risposta. La ruminazione pretende una certezza immediata e, non ottenendola, si accanisce. La prima è curiosa; la seconda è ansiosa. La prima può fermarsi; la seconda no.

C’è poi un criterio molto concreto per distinguerle: l’effetto sul corpo e sull’azione. Dopo un pensiero fecondo, anche se stanchi, ci sentiamo più lucidi, a volte persino più leggeri. Dopo ore di ruminazione, invece, siamo esausti, irritabili, paralizzati. Non sappiamo di più: stiamo solo peggio.

Per uno studente questo tema è cruciale. Studiare, approfondire, interrogarsi è necessario. Ma confondere l’approfondimento con l’ossessione può portare al blocco, alla paura di sbagliare, al perfezionismo sterile. Pensare bene non significa pensare sempre. A volte è necessario interrompere, cambiare attività, lasciare che le idee maturino in silenzio.

In conclusione, pensare molto non è di per sé né una virtù né un difetto. Diventa creatività quando è orientato alla comprensione; diventa ruminazione quando è dominato dalla paura. Imparare a riconoscere la differenza non significa smettere di pensare, ma pensare meglio: con più libertà, più onestà e meno accanimento contro se stessi.