Quando pensiamo alla cultura, spesso immaginiamo libri classici, musei, grandi filosofi o scrittori studiati a scuola. Tuttavia una parte importante della cultura che ha formato il nostro modo di vivere, di vestirci, di parlare e perfino di pensare non nasce nelle università o nelle accademie, ma ai margini della società. È quella che viene chiamata cultura underground.
Con il termine underground si indica una cultura sotterranea, alternativa, che nasce in opposizione ai valori dominanti. Non è “bassa” nel senso di rozza o povera, ma minoritaria e ribelle. Spesso viene rifiutata o guardata con sospetto dalla società ufficiale, perché mette in discussione le sue regole.
Negli Stati Uniti degli anni Cinquanta e Sessanta, per esempio, la Beat Generation — con autori come Allen Ginsberg e Jack Kerouac — rifiutava il conformismo, il successo economico come unico valore e la vita borghese tradizionale. I beat parlavano di libertà individuale, di viaggio, di spiritualità, di sessualità, di rifiuto delle convenzioni. All’epoca erano considerati scandalosi; oggi sono letti nelle scuole e nei manuali di letteratura.
Da questa esperienza nacque, negli anni Sessanta, il movimento hippy, che trasformò idee letterarie e filosofiche in stili di vita concreti: comunità alternative, rifiuto della guerra, critica al consumismo, uso di droghe come ricerca di espansione della coscienza, nuova concezione dell’amore e del corpo. Anche la musica rock divenne uno strumento fondamentale di diffusione di questi valori.
Qui è importante distinguere:
la cultura underground nasce come opposizione;
la cultura pop è quella che, col tempo, assorbe e diffonde alcuni elementi dell’underground rendendoli accessibili a un pubblico di massa;
la cultura “bassa”, invece, è un’espressione spesso usata in modo polemico o snob per indicare prodotti culturali ritenuti semplici o commerciali, ma non sempre è una categoria utile o corretta.
Molte idee nate nell’underground — come l’importanza dell’autenticità, della libertà personale, della critica all’autorità — sono poi entrate nella cultura pop: nella musica, nel cinema, nella moda, nel linguaggio. Così ciò che era marginale è diventato parte della nostra identità quotidiana, spesso senza che ce ne rendiamo conto.
Studiare la cultura underground significa quindi capire che la cultura è un processo dinamico, fatto di conflitti, contaminazioni e trasformazioni. Autori come Mario Maffi e Fernanda Pivano hanno mostrato come queste correnti, inizialmente considerate “minori”, abbiano avuto un impatto profondo sulla società contemporanea. Più recentemente, studiosi come Claudio Giunta hanno riflettuto sul valore della cultura pop, invitando a superare la distinzione rigida tra cultura alta e bassa.
Per gli studenti di oggi, questo tema è particolarmente importante perché insegna a guardare criticamente ciò che consumiamo ogni giorno: musica, serie, social network, linguaggi. Capire da dove provengono questi modelli significa diventare più consapevoli, meno passivi, più liberi.
In conclusione, la cultura underground non è solo una pagina del passato, ma una forza che continua ad agire nel presente, ricordandoci che spesso le idee più vive nascono proprio ai margini.
Bibliografia
- Maffi, M. (1980). La cultura underground (I. Dai beats agli yippies - II. Rock, poesia, cinema, teatro). Laterza: Bari-Roma
- Pivano, F. (1972). Beat Hippie Yippie. Dall'underground alla controcultura. Arcana: Roma
- Giunta, C. (2025) Il pop e la felicità. Esercizi di ammirazione. Mondadori: Milano